Correva l’anno millenovecentosessantatre, la stagione estiva era appena iniziata ma già si prospettava afosa e umida.

Il clima infausto non impediva un continuo brulichio di attività: che incessantemente si moltiplicavano in ogni dove nel nostro paese ancora segnato dalle cicatrici del secondo conflitto mondiale, ma la voglia di ricostruire… di vivere e di migliorare era inarrestabile.

Era l’era del boom economico, l’era delle opportunità per ognuno di cambiare il proprio destino, di affrancarsi da una sorte avversa, l’ era del “sogno italiano”.

Come ogni anno quattro amiche stavano trascorrendo le vacanze in compagnia. Come di consueto la scelta del luogo era caduta, senza esitazione, su quel luogo unico al mondo di incontaminata bellezza; dimora di imperatori;terra incantata, le cui verdi e scoscese colline nascono dove il cielo e il mare si toccano per un breve miracoloso istante di armonia assoluta…ovvero la costiera amalfitana.

Ma questo per le quattro giovani donne non era un anno come i precedenti, non si erano riunite per festeggiare la loro giovinezza, per ballare o amoreggiare all’ombra degli scogli irsuti delle calette di Arienzo o di Vetica. Erano sedute sulla terrazza del convento dei monaci cappuccini, piccolo gioiello che domina la cresta di Amalfi, davanti alla consueta pizza Margherita per scambiarsi una solenne promessa reciproca: tornate da quella vacanza avrebbero dato una svolta radicale alle loro vite. Intraprendendo quel cammino che avevano prima sognato poi fortemente desiderato, ma che infine avevano pavidamente abbandonato per paura dell’insuccesso, dei pregiudizi sociali o delle critiche famigliari.

Per ognuna di loro era un cammino diverso, particolare , personale ma per ciascuna era una trasformazione satura di conseguenze irrevocabili e non tutte positive.
In particolare, per la protagonista della nostra storia, era una decisione drastica, un punto di non ritorno nella propria vita. Fin dall’infanzia era stata una ragazza determinata, con, chiari in mente, gli obbiettivi da raggiungere e le proprie priorità. Questa chiarezza di vedute unita ad una induscutibile capacità manageriale le aveva permesso di raggiungere un ruolo apicale in una importate compagnia di importazione di petrolio della capitale. Qualsiasi coetanea si sarebbe sentita appagata del risultato raggiunto, una donna in quell’epoca che a soli 32 anni avesse alle sue dipendenza una trentina di impiegati per lo più uomini aveva già realizzato in concreto la sua emancipazione sociale ed economica in un mondo del lavoro, ancor più in una società ancora patriarcale.

Ma sentiva che non era abbastanza, l’impresa non era ancora compiuta… sentiva di non era essere veramente indipendente, veramente libera, intangibile dall’alea di capricci o dalla volontà altrui.

Solo essere un imprenditore le avrebbe garantito una vera sovranità sul suo destino, voleva essere unico giudice della sua vita.

Si era quindi risoluta a lasciare quel lavoro invidiato e ben pagato per aprire una sua attività e per di più in un campo completamente diverso dal suo ambito d’esperienza: la lingerie.

Aveva avuto l’idea durante un week end trascorso in Toscana, mentre si divincolava tra gli stretti vicoli del centro storico di Cortona si era imbattuta nel mercato rionale che si svolgeva ogni sabato. Tra i tanti banchi che vendevano le specialità del luogo, l’aveva colpita in particolare uno che esponeva lenzuola, camicie da notte e tovaglie tutte di fattura artigianale, lavorate secondo una tradizione antica… l’abilità certosina dei ricami tessuti a mano, i meravigliosi pizzi, in stile francese, delle camicie, i tessuti dai colori delicati e dalle trame diafane quasi impalpabili: vere e proprie opere d’arte, capolavori di sapienza che si mescola al rispetto di una tradizione antica.

Tutto questo a Roma era sconosciuto.

E… e se avesse provato ad aprire un’attività di questo tipo? In un baleno ebbe il presentimento che il successo sarebbe stato rapido e certo.
L’idea aveva cominciato a farsi strada nella sua mente, prima come un semplice tarlo, poi in modo sempre più ricorrente fino a diventare un’ossessione.  Ma come fare?
Bisognava avere un punto vendita in un luogo centrale della città, vicino a una banca e soprattutto in una via di grande scorrimento e per di più a costo zero, visto che la sua liquidazione avrebbe coperto il solo valore della merce. A questa brusca fermata si era interrotto il suo viaggio d’indipendenza.

Fino a una mattina di qualche giorno prima, quando stese sui sassi di una caletta e intente ad abbrustolirsi al sole del mezzodì, una sua amica con tono annoiato le disse: “ah sai Tina, ti ho detto che mi è capitato un paio di mesi fa? Bé, sai mia zia Nora, è mancata all’improvviso e si che aveva una salute di ferro… Colpo apoplettico sembra ma non sono certi. Insomma la cara zietta, riposi in pace, ha sempre nutrito una predilezione per noi fratelli e pensa che anima gentile, ha avuto la premura di aver pensato a tutti i suoi nipoti prima di lasciare questo mondo. Non ci crederai ma a me ha lasciato un negozio, forse pensava che se non mi fossi potuta laureare avrei potuto sempre avere una mia occupazione, chissà. Sai, lo sono andata a visitare…un bel negozio proprio su via del Corso al centro di Roma, vicino a piazza Venezia, di fronte alla banca dell’agricoltura. Pensavo di affittarlo, ma qualcosa mi dice che sarebbe un affronto alla memoria della cara zietta, ma confesso che non ho idea di quello che potrei farci. A te viene in mente nulla?”

Sei mesi dopo nasceva Il Merletto.

Una manciata di anni dopo si inaugurava Tina con il suo atelier.